Welcome to the Dollhouse
Love Story
Dawn è la ragazzina invisibile della sua famiglia nel New Jersey suburbano; Brandon è il compagno di seconda media con un padre alcolizzato. La minaccia nei corridoi e la convoca in un campo, dove la violenza annunciata si ferma a un bacio: un legame ostile e affamato d'attenzione.
Welcome to the Dollhouse - Recensione
La strana regia di questo regista si potrebbe dire a tratti perversa e maniacale, ma è molto bravo a entrare nella psicologia dei personaggi, come nel suo «Happiness», film forse ancora più disturbante di questo, al punto che lo studio che lo aveva finanziato rinunciò poi a distribuirlo. Todd Solondz ha spiegato di aver concepito questo come risposta alla melensaggine di una serie come The Wonder Years, dove l'infanzia americana arrivava sempre filtrata dalla nostalgia, e lo ha girato nei sobborghi del New Jersey dove era cresciuto lui stesso da ragazzino impopolare. Il titolo di lavorazione era composto da due insulti da corridoio scolastico, uno omofobo e uno sui disabili, cioè esattamente le parole che i compagni gridano dietro a Dawn. La recitazione è insieme stereotipata e teatrale, cinematografica e verosimile, rendendo i personaggi delle realistiche caricature di se stessi, fino alla nevroticità delle stesse dinamiche interrelazionali che, con la ripetizione, si consolidano, penetrano nell'ascoltatore e si ingrossano di assurdità all'insegna di un umorismo nero e drammatico. Il genere cosiddetto underdog, forse, in questo coming of age tocca una delle sue massime espressioni caratteristiche. Almeno se deve risolversi in un'ottica cinica che fa sempre sperare, attraverso i sogni della piccola protagonista, in una vittoria definitiva e gloriosa, contrappasso delle prove subite, ma ripetutamente posticipata fino al parossismo. Underdog lo era anche chi l'ha girato. Il primo lungometraggio di Solondz andò così male che lasciò il cinema per più di cinque anni, e tornò soltanto quando un amico avvocato gli offrì un finanziamento parziale per un progetto a sua scelta. Ne uscì questo, girato a trentasei anni, rimasto il suo maggiore successo commerciale; da allora, come ha osservato lui stesso, ogni suo film ha incassato circa la metà del precedente. Le dinamiche in famiglia, la scuola e la crush impossibile fanno tutto un mondo ostile di ostacoli da incubo per l'anima in pena, che ci accingiamo a seguire e autenticamente compatire fino alla lacrima. Anche fuori dallo schermo la scuola non le ha risparmiato nulla. Heather Matarazzo, la ragazzina che interpreta la protagonista Dawn e che qui girava il suo primo film a undici anni, entrò in seconda media proprio mentre il film veniva presentato a Toronto, e si ritrovò addosso l'ostilità dei compagni per il motivo opposto a quello che aveva appena recitato, cioè l'invidia. Alla prima di Toronto non fu invitata, e neanche al Sundance quattro mesi dopo, dove il film, costato ottocentomila dollari, vinse il Gran premio della giuria e arrivò poi a incassarne quattro e mezzo; lei ha raccontato di essersi spiegata quelle due assenze come un modo della produzione di risparmiare. Eppure, per altri tipi di spettatori meno sensibili, non è una lacrima che viene strappata, ma una crescente ilarità dell'assurdo sommesso, delle rabbie silenti e represse, della violenza pervasiva dei piccoli imbrogli e delle vendette goffe, che appartiene a quella comicità nera ebraico-americana, come per esempio in «Burn After Reading» dei fratelli Coen. Sembra un poco a volte uno sfogo sadico di contorcimenti mentali, mascherato da denuncia al bullismo di una borghesia zombizzata e ridicola. Un film in definitiva leggero e non leggero, che ben intrattiene, scava nel profondo, fa anche divertire, ma dovrebbe lasciare con una sensazione di disagio, più che elevare o nutrire i sentimenti. Un film contorto, eppure magistralmente eseguito, per cui si potrebbe dire che il regista è una specie di genio malizioso. Solondz ha ammesso di aver girato certe scene nel cuore della notte, cosa che negli Stati Uniti non era propriamente legale con degli attori bambini. E nove anni dopo ha aperto un altro suo film, Palindromes, con il funerale di Dawn, facendo morire fuori campo il personaggio di questo film per far partire una storia che non la riguarda. Poi nel 2016, in Wiener-Dog, l'ha riportata in vita da adulta affidandola però a Greta Gerwig; Heather Matarazzo, che quel personaggio lo aveva creato, aveva già rifiutato una volta di tornarci e ha raccontato di aver scoperto l'esistenza del nuovo film su internet.