Gas Food Lodging
Love Story
Shade vive in un parco roulotte del New Mexico e passa i pomeriggi al cinema. Travestita da Olivia Newton-John per sedurre un amico, incontra Javier, il proiezionista, che la prende in giro e le dà un passaggio in bici. Da lì nasce un amore innocente e goffo.
Tratto daDon't Look and It Won't HurtdiRichard Peck
Gas Food Lodging - Recensione
Quando scrivo queste recensioni ho solo visto il film, e se è il primo che guardo di un certo regista, come in questo caso, non so niente di chi l’ha girato e mi informo soltanto dopo. In questo caso ho scoperto che è una regista, Allison Anders, e che è in buona parte autobiografico, perché lei è cresciuta con una madre single che si spostava di continuo e quando lo ha girato era a sua volta una madre sola. Non mi ricorderò facilmente dei dettagli e di tutti i personaggi di questo, credo che sia abbastanza difficile perchè non accadono cose eclatanti nella trama, tali da imprimersi nella memoria visiva. Forse è diventato però di un certo culto perchè riesce a entrare in una subcultura, quella del parcheggio per roulotte di Laramie, nel New Mexico, un paese di sosta per camionisti in mezzo al deserto all’inizio degli anni Novanta, che è caratterizzata da povertà, marginalità, litigi, disagio ma anche tanta vitalità, speranza, voglia di vivere e di scoprire. Di culto lo è diventato pur avendo raccolto parecchio al debutto, perché passò dalla Berlinale e dal Sundance nel 1992 e si portò a casa il premio per la miglior attrice protagonista agli Independent Spirit, il riconoscimento come miglior regista esordiente sia dal New York Film Critics Circle sia dalla National Society of Film Critics, e due premi a Deauville. Se ne esce in qualche modo soddisfatti di averlo guardato, senza particolare adrenalina per scene di violenza all’ultimo sangue o grande spaccio di droga. Il sentimento prevale sull’azione, soprattutto grazie alla protagonista che qui subisce la propria innocenza invece di approfittarne, mentre in The Craft è una streghetta cattiva che sa il fatto suo, anche se fa molti errori come in questo. Fairuza Balk all’epoca aveva diciotto anni, e anni dopo ha detto che è il ruolo a cui è più affezionata, perché a quella ragazza solitaria somigliava per davvero. Di mestiere lo faceva già da un pezzo, visto che a dieci anni era stata la Dorothy di Return to Oz. Anche la sorella maggiore viene da una famiglia di quelle, perché Ione Skye è la figlia di Donovan, e il ragazzo di cui la minore si innamora è interpretato da suo fratello. La sorella maggiore, la più carina, fa fatica, come la madre, a stabilirsi con un uomo, nonostante li cerchi fino a far propria la teoria che è la donna a dover fare la prima mossa, e dietro quella rabbia verso gli uomini c’è una violenza che ha subito da ragazzina, raccontata senza insistere. La madre invece trova solo uomini che la corteggiano fino a una certa soglia e appena lei prova a farsi desiderare, a dire qualche frase tipo «non posso» per fare la difficile, si arrendono e la lasciano andare, credendo di farle un favore. Oppure si sentono rifiutati, perché sotto le dichiarazioni sdolcinate sono deboli e poco convinti. Almeno finché non arriva quello che installa le parabole satellitari, che davanti alle stesse mosse non scappa, e con lei resta. Si può dire dunque che i protagonisti siano le tre ragazze, mamma e due figlie, che affrontano il quotidiano senza unire le forze, anzi come tre individui del tutto separati nelle decisioni e nelle scelte, ma che poi si vedono unirsi nei momenti più difficili come il parto di un bambino da dare in adozione, in cui la madre è lì che sostiene la figlia, dopo averla precedentemente sgridata. L’emozione generale che lascia è quella di un film che racconta un’epoca e una classe sociale, ma lo fa con stile, pensiamo all’abbigliamento, con la protagonista che gira in jeans tagliati sopra i mutandoni lunghi in pieno spirito Lollapalooza, e che per sedurre il ragazzo che le piace si presenta con parrucca e vestito da Sandy di Grease, mentre la sorella è vestita per fare colpo senza mai risultare volgare. Anche le musiche sono rappresentative e frutto di una scelta raffinata; a colonna sonora è di J Mascis dei Dinosaur Jr, che non aveva mai scritto per il cinema e che la regista ingaggiò dopo che la figlia sedicenne glielo aveva fatto ascoltare. Quella figlia del resto compare pure tra gli interpreti, come la madre di Fairuza Balk. Infine posso consigliarlo a tutte le persone che vogliono osservare dinamiche amorose con una sceneggiatura non scontata come quelle di netflix dei giorni nostri. Un film tranquillo che va bene da guardare per tutti, anche per una serata piacevole, seppur un po’ nostalgica, essendo di fondo un po’ drammatico. Potrebbe strappare una lacrima.